29.12.2011
Caserta » Antonella Ricciardi

Etleboro

Nella testimonianza che segue a breve, Patrizio Ranieri Ciu, regista teatrale, compositore di brani musicali e scrittore, oltre che avvocato, illustra diverse realizzazioni delle sue intense attività, maturate numerose nel corso del tempo. Già noto anche in quanto direttore artistico del teatro "Garibaldi" di Santa Maria Capua Vetere (Caserta),  Patrizio Ranieri Ciu è un autore di qualità, dagli orizzonti di ampio respiro, anche per la sua storia personale: membro di una famiglia originaria dell'Albania (precisamente della città di Argirocastro), si è affermato soprattutto in Italia, senza però dimenticare la Patria albanese, cui ha spesso destinato aiuti umanitari... cosa avvenuta, comunque, anche nei confronti di altri luoghi del mondo. Le attività di P. Ranieri Ciu sono, inoltre, importanti anche la formazione di tanti giovani, che hanno spesso un ruolo con le sue opere teatrali e musicali, che li aiutano a scoprire e fare fiorire  i propri talenti...tra questi, per esempio, ultimamente è emersa, in particolare,  Ida Massaro, 18 anni, di Santa Maria Capua Vetere; questa giovane allieva di Ranieri Ciu  si è distinta per il suo ruolo nella danza, nella recitazione nel teatro d'autore e soprattutto, recentemente, nel canto, tanto che, nel novembre 2010, nell Teatro dell’Opera del Casinò di San Remo è risultata infatti la vincitrice assoluta del concorso «Area Sanremo 2010» con la canzone edita “Femminilità” e con l’inedita “Fammi Volare”, dirette ed arrangiate dal  Paco Ruggiero, con testi e musiche scritte proprio da Patrizio Ranieri Ciu. Tale testo e la sua interpretazione, in particolare, sono stati selezionati su 400 altri, aggiudicandosi la vittoria nella sezione «SanremoLab» sui brani inediti in lingua italiana.

Ricciardi: “Lei ha un ruolo fondamentale nell'associazione culturale Ali (Artistico Laboratorio Italiano) della Mente, volta a promuovere, soprattutto tra i bambini, in quanto maggiormente portatori di spontaneità e versatilità, lo sviluppo di attività artistiche: può indicare le caratteristiche più significative di alcuni dei vostri più riusciti spettacoli in ambito letterario, teatrale e musicale?”

Ranieri Ciu: “Non mi ero mai soffermato ad ipotizzare di elencare i lavori artistici finora realizzati: L’elenco è davvero impressionante da Aliminimusical, il più piccolo musical del mondo, che si replica da ormai 10 anni, all’ Anonimo Napoletano, opera di rappresentanza dell’ Italia al Festival Internazionale del Teatro di Edimburgo per giungere a Smatamorfie,  l’opera comica itinerante nel progetto Scavalcamontagne, omaggio agli attori di tutti i tempi promosso dalla Provincia di Latina fino a Uno per Tutti che ha visto in scena il 9 giugno di quest’anno per il 150° anniversario della Unità d’Italia ben 475 protagonisti, di realtà totalmente diverse, uniti sull’immenso teatro naturale del Comprensorio di  Mintunae con il Teatro Romano al suo centro. Poi c’è Sala d’attesa che ha avuto la sua consacrazione  al teatro Ghione di Roma. Dovrei parlare della intensità de  La  Moneta d’oro, della poetica di  Via sentimento, della spiritualità Passion Play, del Lolek, della musicalità di Times, di Personalità,  e di tante, davvero tante altre.  Ma le opere per un autore sono come figli, nessuno è più riuscito di altri, ognuno ha la sua personalità, il suo significato, il suo percorso che ne distingue il senso, accomunati forse da un unico principio: la sensibilità.  Forse è per questo che dei giovanissimi interpreti, portatori di spontaneità e quindi di sensibilità allo stato puro, nei miei spettacoli si intrecciano con quei grandi artisti adulti che hanno salvaguardato una purezza di spirito che permette loro di calcare i legni del palcoscenico in modo “sensibile”, senza svendersi al professionismo economico dell’”altro” teatro come definisco certe grandi produzioni davvero raggelanti. Quando promossi via internet i provini di Sala d’attesa, spettacolo dedicato a Jole Tassitani, una denuncia  piena della violenza sulle donne, ci raggiunsero a Macerata nel nostro piccolo Teatro Fabbrica Wojtyla, in piena campagna, delle grandi artiste provenienti davvero da tutta Italia, dalle isole alle Alpi e persino dall’estero, dalla Francia all’Albania. Tutte davvero “signore” artiste, la selezione più difficile che mi sia mai capitata! Le prescelte furono individuate per motivo di messa in scena ma tutte mi hanno chiesto il permesso di utilizzare nei propri recital i monologhi dello spettacolo per conservare l’emozione dell’incontro. Ecco questo è un vero risultato. Incontro di sensibilità. Ali della Mente opera con i giovani, quali che siano le loro condizioni. Non c’è alcuna retta o tassa da pagare e, se proprio qualcuno vuol considerarla una scuola, la definirei “di equilibrio mentale”. Difatti quel che mi sta a cuore, la caratteristica principale non solo per i più giovani che partecipano al mio teatro ma anche per gli adulti, è la possibilità di far vivere esperienze non proprie, il più delle volte drammatiche, in modo “protetto” dalla rappresentazione. Si entra in profondità, si scava nelle motivazioni, nelle cause di drammi o condizioni dei personaggi in modo da capirne tutti i risvolti, i passaggi che creano o determinano il malessere, il malvivere. Ad esempio rappresentare il personaggio di un “bambino deportato” permette di vivere le sensazioni di tutte le fasi che hanno determinato quel percorso, è quindi acquisire l’esperienza della condizione di un “diverso” pur non avendola vissuta realmente. Così come quella del monologo del drogato come altro esempio: permette ad un giovane soprattutto di acquisire gli anticorpi perché viene a conoscere “nella rappresentazione” tutto l’iter che conduce al dramma finale di storie di droga che nella vita reale si concludono  sempre con il rimorso o il rimpianto di non aver “capito” prima come sarebbe andata a finire.  Ecco i ragazzi crescono, imparano il principio delle “conseguenze” delle proprie azioni e del “Finale”, che non sempre è lieto se non si sa condurre il pensiero che, come la barca per il mare,  è il mezzo per attraversare la vita”.          

Ricciardi: “Uno degli scopi della “Fabbrica Wojtyla” , cioè di uno dei principali progetti di Ali della Mente (ispirata, naturalmente, a Papa Giovanni Paolo II, con il quale lei ha avuto una personale ed amichevole conosceva, dovuta anche al comune amore per il mettere a punto scritture teatrali) è anche, non secondariamente, il promuovere attraverso l'arte, la reciproca conoscenza e la tolleranza tra etnie e culture spirituali differenti: in che modo avete portato avanti questi progetti? E quali sono stati finora i risultati?”

Ranieri Ciu: “Agire, agire ininterrottamente. E creare, avere sempre qualcosa da fare, di originale da creare. Abbiamo a disposizione una misura di tempo variabile per ognuno di noi. Tutto sta ad impegnarla, totalmente sempre e bene. Che siano 10, 30 o 100 i giorni o gli anni da vivere, vanno vissuti sempre con intensità nella costanza del fare. E cos’è fare se non per gli altri?  Poi ho anche una teoria mia: se tu sei sempre impegnato a fare davvero qualcosa, qualcosa in cui credi, quando ti passa accanto la morte, che è pur sempre una gentildonna, è capace che vedendoti così indaffarato a fare davvero cose per gli altri , ti lascia continuare e se ne va. Ho anche un principio: in ognuno di noi c’è un talento ma non necessariamente gli occorre per diventare una “stella“. Però è necessario che ognuno prenda coscienza del proprio talento ai fini della costruzione della propria vera personalità.  E’ la personalità che dà il senso della vita, che ne è la motivazione. Questo è Ali della Mente, un sostegno alla personalità. Ecco lo spirito di Ali della Mente: il dono della vita non è speranza di qualcosa che verrà o rimpianto di qualcosa che non c’è più: è esistenza, è, sempre, ora. Noi non siamo in grado di comprendere il mistero della vita ma possiamo comprendere il principio della nostra contemporaneità, forse questo è il primo vero passo collettivo per l’incontro con un Dio.  Io personalmente poi, mi definisco fondamentalmente un artista che vuole vivere l’esperienza terrena come forma di sublimazione, tendenza a quell’assoluto di cui ognuno di noi fa parte. Sublimarsi appunto significa tendere alla universalità.  Da qui nasce inconsciamente la mia passione per il teatro, da questo desiderio di far vedere agli altri le luci che intravedo nel mio viaggio della conoscenza della vita. Questo trasmetto ai giovani che incontro nel progetto della Fabbrica Wojtyla.  I risultati di questi incontri sono giovani determinati, capaci di comprendere, di sviluppare in profondità. Sono ragazzi rari, in un mondo di stereotipi, ma tale rarità non è dovuta a condizioni eccezionali o speciali di partenza, assolutamente. Sono ragazzi normali come tanti che però hanno indicazioni di come e perché prendere coscienza delle cose che fanno e soprattutto sanno discernere. Ecco, poi c’è il talento che, ognuno a proprio modo, impara a gestire: ed ognuno è cosciente di avere un dono da trasferire ad altri ed è contemporaneamente consapevole, qualsiasi sia la “parte” che gli viene assegnata, di quel ruolo appunto assegnato, fondamentale nella economia di gruppo da contraddistinguerne la funzione. E’ il principio del veliero dove ognuno sa di avere un compito altrettanto fondamentale per il governo della nave. Ed il viaggio può continuare……”

Ricciardi: “Ali della Mente opera anche in prospettiva di aiutare in modo concreto delle persone particolarmente povere e sfortunate, ad esempio in Africa: in cosa consistono più in dettaglio queste iniziative?”

Ranieri Ciu: “Andate, date e non dite il nome. Questo è il motto che Karol Wojtyla ha affidato a questa piccola realtà che è la Fabbrica che porta il suo nome.  Andate, perché la vita è continuo movimento. Date, perché la vita è donarsi agli altri. E non dite il nome: il nome singolo è puramente occasionale quindi non è necessario dirlo. Il solo vero nome che noi tutti abbiamo, l’unico da rispettare. In questo mondo di spintoni reciproci  per avere il proprio nome in video o scritto a caratteri cubitali nei titoli sui giornali, il solo saluto che dovremmo dirci reciprocamente ogni giorno è: ciao, io mi chiamo “uomo”. Ciò significa che siamo in movimento, che trasmettiamo quel che abbiamo a disposizione, che non sottolineiamo chi siamo perché non c’è un principio di appartenenza che ci contraddistingue ma soprattutto non c’è alcuna remora o programmazione di chi e cosa incontriamo. Non c’è alcuna  filosofia dell’aiuto per cui non c’è scelta di un obbiettivo, quel che conta è l’incontro: più non c’è obiettivo più c’è amore, più non c’è divario più c’è relazione.  Incontriamo e scambiamo quel che abbiamo, lo abbiamo fatto e lo facciamo in un elenco ormai infinito per l’Africa, per lo Tsunami, così come per il Tribunale, gli Ospedali, per i bambini delle elementari, per le Università, per la gente comune, gli handicappati, i benestanti, gli infelici, i poveri ed i notabili. Con tutti c’è  sempre quella osmosi che è vitale, con tutti c’è sempre una incredulità che si trasforma in serenità come quando in un mare agitato o di fronte ad un tramonto ti accorgi che non sei solo: la parola chiave è condivisione.  C’è una unica categoria ufficiale la cui reazione al nostro incontro ci preoccupa, per non dire che addirittura tenta di soffocarci… ma qui il discorso si farebbe troppo lungo anche se sarebbe il caso finalmente di affrontarlo. Perché dietro ogni angolo c’è sempre un amico ma anche un nemico”.     

Ricciardi: “Il 26 ottobre scorso si è tenuto, al teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, un importante premio dedicato al compianto avvocato Alfonso Martucci, (celebre penalista, che amava anche recitare in teatro) integrato da uno spettacolo teatrale completo di musiche, danze e soprattutto interpretazioni ispirate a recenti casi di cronaca giudiziaria, il tutto in un’atmosfera agrodolce, che evidenziava sia il lato, naturalmente, drammatico, fosco, di queste vicende, che l’aspetto involontariamente comico che a volte traspare dalla curiosità morbosa di una parte del pubblico su tali temi. Quali sono i messaggi più importanti che ha voluto trasmettere attraverso questa opera teatrale?” 

Ranieri Ciu: “Intanto la mia considerazione per la umiltà filosofica di vita di Alfonso Martucci, che mi ha concesso stima, che ha collaborato con me anche alla stesura di “Vinti e Vincitori”, la drammatizzazione del tentativo di disconoscimento dell’orrore dell’olocausto. In “Conversazioni Criminali” intendo certificare la solitudine della nostra esistenza. Rappresenta l’area “comune” nella quale ci rinchiudiamo, ognuno solo con i propri egoismi, e nella quale ci illudiamo di essere tra noi solidali di fronte a ciò che la morale pseudo universale comunque condanna: il crimine più efferato, l’omicidio. Eppure è la storia con la “s” minuscola quella che ci attrae, il pettegolezzo, le mutandine strappate, il fattaccio in sé, l’ipotesi dell’inesistente arma del delitto, il volto dell’ipotetico assassino, e tutto ci appaga e ci rincuora si arriva persino al paradosso della comicità.  Magari seguiamo per ore le trasmissioni televisive sull’omicidio irrisolto mentre ci infastidiamo per un ragazzo africano che prova a lavarci i vetri o ci disinteressiamo degli animali cavia o di chi ha bastonato un cane e lo ha seppellito vivo.  E’ la nostra “soluzione” in superficie, la assoluta mancanza di profondità il male estremo che sta deteriorando il nostro essere. Colpa di chi?  Credo che non esista un colpevole cosciente, è colpa di una condizione: ognuno ne ha una e, buona o cattiva che sia,  la difende con tutte le armi a sua disposizione, soprattutto con il degrado culturale, e c’è chi si accontenta della sopravvivenza senza più sogni.  Il tutto avviene ormai inconsapevolmente, frutto del retaggio della propria posizione in una classe, in una categoria. E’ il principio della appartenenza, persino degli artisti. Perché in ogni categoria, povero, ricco, operaio, artista, imprenditore, nel pubblico e privato ci sono regole, diritti, comunque privilegi e pochi doveri che garantiscono quella condizione o stato al quale sei predisposto: è l’abitudine ad essere ciò che ti dicono che sei. Non c’è alcuna sana ambizione, solo il mantenimento della propria condizione.  Più egoismo di così…… .”                    

 

 

 

Introduzione e quesiti di  Antonella Ricciardi