25.11.2011
Tribuna » Antonella Ricciardi

Etleboro

Quali sono stati i meccanismi capitalistici che abbiano portato ai guasti dell’attuale crisi, e quali sono le misure proposte per mettere in atto un’equa politica sociale?

Non c’è nulla di casuale: questa è una crisi sistemica, nel senso che non solo c’è una crisi di carattere strutturale, si tratta di una crisi che non è emendabile, perché è come quando si rompe una macchina: ci sono rotture che possono essere riparabili, e ci sono rotture che invece richiedono che si butti via l’automobile, punto e basta… ecco, se fonde il motore, la macchina non è più utilizzabile, se non cambiando il motore. La finanza mondiale è andata in surriscaldamento, e si è fusa. Questo meccanismo non è più riparabile.

I nodi che vengono al pettine, diciamo… Esattamente, sì. Se lo Stato si rende conto che questa strada è una strada non più percorribile, si rifiuta di pagare il debito. Quando noi proponiamo di non pagare il debito significa concorrere a costruire un grande movimento popolare consapevole della situazione terrificante in cui si trova, per esempio, l’Italia, ma si trova anche la Grecia, si trovano anche la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e anche la Francia… Anzi, a pensarci bene… tutti i Paesi europei, tutto l’Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti, che sono un Paese tecnicamente in bancarotta da dieci anni, e che è riuscito semplicemente a dilazionare, truccando le carte, la evidenza del problema, si trovano nella stessa situazione. Il problema è appunto come costruire un movimento politico capace di opporsi alla catastrofe incombente, senza provocare danni alle parti più deboli delle popolazioni. Quindi, la prima preoccupazione che io ho, e che noi abbiamo, è che la nostra proposta si affronti, si risolva, con il minimo danno possibile, sottolineo con il minimo danno possibile. Sappiamo esattamente come stanno le cose, e le cose ci dicono che se si procede sulla strada che ci viene proposta dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione europea, e da tutte le commissioni europee e internazionali, significa andare a un default generalizzato della finanza e dell’economia occidentale, nel corso di un anno o un anno e mezzo, massimo due anni… siamo oramai al capolinea. Quindi, non è che c’è una soluzione indolore, che è la loro, e una soluzione dolorosa, invece, che è la nostra. Al contrario: la loro sarà sicuramente una soluzione tremendamente dolorosa, nella quale possono bruciarsi i risparmi di 500 milioni di persone in Europa.” Voi siete anche critici sull’uso stesso dell’euro… Occorre dire apertamente: rinunciare al debito, rifiutarsi di pagare il debito, denunciare questo debito come iniquo e non pagabile, il che significa uscire dall’euro, perché le regole dell’euro prevedono, invece, che il debito debba essere pagato, e non è possibile conciliare le due cose. Bisogna uscire da questa logica europea, non si tratta di “uscire dall’Ue”: l’esempio più chiaro è quello della Gran Bretagna. La Gran Bretagna non è nell’euro, eppure è in Europa, e, purtroppo per noi, ha contato molto in questa Europa. Quindi, noi possiamo semplicemente decidere che, siccome le regole di Maastricht non sono sostenibili, noi usciamo dall’euro, e rimaniamo in Europa, in posizione critica. Se l’Italia, e anche un altro Paese, come la Grecia, anche più piccolo, prendesse questa decisione, prendesse, cioè, il toro per le corna, l’Europa dovrebbe trattare. Ora, forse la Grecia non è sufficientemente forte per trattare da sola, ma se l’Italia decidesse di trattare con l’Europa una diversa uscita dalla crisi, credo che per l’Europa sarebbe quasi impossibile dire di no. L’Italia è un grande Paese… Occorre però che l’opinione pubblica italiana si contrapponga a questa classe politica e imponga una svolta radicale nella posizione dell’Italia rispetto al debito, all’Europa. Da qui a cinque-sei mesi vedremo il crescere rapido e drammatico del malcontento, della preoccupazione, dell’inquietudine, tra larghissime masse di popolazione.    

Ci parli della manifestazione del 15 ottobre… Quando quasi 1000 città del mondo hanno fatto da sfondo a grandiose proteste contro la distruzione dei diritti sociali. A Roma, assieme a centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, ci sono state alcune centinaia di dimostranti che sono stati coinvolti in violenze di varia natura: lei si è fatto un’idea precisa della dinamica di questi eventi? 

Ho un’idea precisissima di quegli eventi. Talmente precisa che l’avevamo addirittura prevista nelle nostre discussioni in Alternativa, in questo anno e mezzo di esistenza.  Noi viviamo in un Paese dove non c’è opposizione politica. Di fatto, tutto quello che è accaduto negli ultimi vent’anni è stato una trasformazione del sistema economico e sociale, ma soprattutto del sistema politico: il bipartitismo, il sistema maggioritario, hanno espropriato la popolazione della possibilità d’incidere nelle scelte politiche del Paese. Il sistema mediatico che domina incontrastato è tale che, praticamente, la gran parte della popolazione non sa nulla di ciò che accade…  Molti continuano a pensare che il sistema dell’informazione sia sistema dell’informazione, e invece non è più un sistema dell’informazione, è il sistema della manipolazione generalizzata. Molti continuano a parlare di democrazia che, dal punto di vista formale, tuttora esiste, almeno nei nostri Paesi, ma, nel frattempo, trascurano completamente il fatto che questa democrazia è stata svuotata dall’interno di ogni contenuto, ed è diventata pura cerimonia… L’ ipocrisia regna sovrana: l’Occidente è diventato il campione assoluto dell’ipocrisia, vi sono milioni di persone - la grande maggioranza della popolazione, il 90% della popolazione – che vivono dentro “Matrix”, dove quasi tutte le cose che accadono non sono reali. Vivono dentro Matrix senza rendersene conto.  Tornando alla manifestazione romana del 15 ottobre, ho un’idea precisissima. Stiamo entrando in una fase critica particolare, molto importante, grave, epocale. In una situazione del genere, è chiaro che tutto si rimescola: tutto viene rimesso in discussione dai fatti, non dalle idee… dai fatti reali, dalla condizione materiale delle persone e delle fasce sociali. Soltanto che tutto questo avviene (a differenza di quello che è accaduto nel secolo scorso) in assenza di uno o più centri di unificazione e di controllo, e di guida. Il Partito Comunista, in Italia, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, sono stati grandi catalizzatori di energia, e quindi le energie c’erano, venivano canalizzate, in una lotta politica anche durissima, spesso anche sanguinosa… ma, allo stesso tempo, gran parte della gente, quando alzava gli occhi verso un posto di lavoro, aveva un’idea alla quale riferirsi, per difendere se stessa, aveva dei punti di riferimento. Adesso, non ci sono più… e quindi, noi dobbiamo immaginare che cosa può accadere nella mente dell’uomo della strada, che si trova a fronteggiare una situazione che diventa sempre più insostenibile, per milioni e milioni di persone, senza avere un punto di riferimento. 

Cosa pensa dei recenti voti di Napoli e Milano, per de Magistris e Pisapia. Possono essere stati sintomo di un voler prendere le distanze da parte dell’opinione pubblica rispetto ad un duopolio, destra-sinistra, che non si differenzia rispetto alla sostanza dei contenuti? 

Sì, anche se penso che Milano sia un caso un po’ diverso da Napoli, ma entrambi, sotto questo profilo, sono analoghi… Pisapia è rimasto dentro, è dentro il centro-sinistra, mentre de Magistris, a mio avviso, è già molto border line, ha già qualche cosa di fuori, e credo che, alla lunga, lo stesso de Magistris uscirà da questo contesto, e verrà molto più vicino alle posizioni che io ritengo giuste. Comunque, in entrambi i casi di tratta di situazioni di scontento popolare che ha prodotto qualcosa di anomalo…  E qui vengo al dunque: c’è una parte degli aderenti alla manifestazione del 15 di ottobre, una parte di questa gioventù, che ha una formazione politica assolutamente elementare, diciamo “primitiva”. Ora, in una situazione in cui non c’è guida, non c’è educazione, non c’è cultura, diffusa in questi ultimi trent’anni (che sono gli anni in cui sono nati e cresciuti questi ragazzi giovani), c’è tutta gente che non ha avuto un punto di riferimento: nessuna cultura, nessun valore… nessuno gli ha insegnato niente… E pensare che emerga una gioventù colta, matura, capace di guidare se stessa in un contesto del genere, è una pura sciocchezza. E’ logico ed evidente che il primitivismo ribellista diventi l’unico punto di riferimento, in assenza di una qualunque maniglia. Quindi era prevedibile, ed è scontato, anzi, dirò di più: è prevedibile che accada ancora, e potrebbe diventare estremamente pericoloso, comunque non sono così cattivo, così, come dire, sprezzante, da considerarli degli imbecilli… 

E’ il frutto anche dell’indebolimento della scuola pubblica, e della morale pubblica. In più, abbiamo parlato prima dei media: noi siamo in presenza dell’esaltazione in diretta del diritto individuale di esprimersi comunque. Quindi, noi abbiamo milioni di persone che vanno su You Tube, o su Facebook, e ritengono (siccome tutti sono là sullo stesso piano), di essere anche sullo stesso piano intellettuale, culturale… per cui ciascuno si sente autorizzato a dare dell’imbecille al professore universitario, al ricercatore o al premio Nobel… tutte cose che naturalmente sono relative, lo so benissimo che si può diventare premio Nobel pur essendo degli imbecilli…C’è da distinguere colui che ha un centimetro quadrato di conoscenza, e su quel centimetro quadrato ha diritto di esprimersi, con maggior diritto e competenza dell’ultimo cretino che lo critica. Ciascuno di noi ha un centimetro quadrato di conoscenza, ma su quel centimetro ha un’autorità, fuori da esso è diverso. Ciascuno è collocato in questo ridicolo contesto “matriciano” (matrixano)… 

Bel gioco di parole… 

Sì, sì, gioco di parole che indica anche che spesso c’è chi si sente in diritto di esprimere giudizi su cose di cui non sa assolutamente nulla. Quindi, tornando alla piazza, e a quella gente che si arma di bastoni, cerchiamo di entrare nella mentalità… lì dentro c’era di tutto: l’ignoranza, l’incultura, il gusto della violenza. C’è di peggio: ci sono quelli che vanno allo stadio e spaccano la testa ai tifosi avversari, ci sono quelli che, riuniti da qualche parte, ritengono di essere loro i detentori della vera teoria rivoluzionaria, ci sono semplicemente gli ingenui, gli incolti, che pensano che l’unica cosa da fare è contrapporsi a un sistema che capiscono confusamente che non è il loro, e spaccare tutto. Vogliamo l’esempio estremo di questo? Ciò che è accaduto ad agosto a Londra. I giovani che hanno sfondato tutto per tre-quattro giorni, hanno incendiato una parte della città, sono nient’altro che l’estrema propaggine del consumismo. Idee politiche? Zero… desiderio, invece, di impadronirsi dei beni dei quali non saranno mai in grado di impadronirsi, perché non hanno il reddito per farlo… E quindi, assalto ai negozi, per rubare che cosa? L’I-pad, l’I-phone, e le cose che sono pubblicizzare tutti i giorni. Non si sfondano le vetrine per rubare le automobili, perché si verrebbe beccati subito.  Una parte di loro crede addirittura di essere l’unica ipotesi rivoluzionaria: una parte piccola, ed è quello che sono i 150-200 organizzati che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma, o meglio, via Cavour e Piazza San Giovanni, a Roma. Questi sono gli unici politicizzati, che sono naturalmente degli ebeti dal punto di vista, diciamo, della grammatica politica. Sono gente che non sa nulla, e crede e pensa, con grande spirito “facebookiano”, di essere alla guida del movimento. Il resto è jacquerie. Il rischio che corriamo è che non poche centinaia, ma milioni di persone si trovino nella situazione di affrontare una crisi che non sanno affrontare: perché sono impreparati, perché vivono a Matrix, e quindi si lanceranno in una lotta furibonda, e quindi noi avremo una jacquerie. In russo, questa si chiama “bunt”: bunt, cioè, è quando il popolo comincia a rivoltarsi, in modo inconsulto. Risultato finale di questa operazione, (se sopravviviamo e se non viene una guerra) sarà un regime autoritario.    

E la politica estera e i conflitti che scuotono il mondo?  Il potere è nelle mani della grande finanza: è diventata più potente di ogni forma politica. E’ la finanza che guida gli Stati Uniti d’America, e non viceversa, e quindi noi viviamo in un regime mondiale, in un’oligarchia mondiale, che è guidata da un gruppo di grandi banchieri che fanno tutto, che decidono tutto, che nominano i governi… Ora, questa è gente che non è uguale a noi: questa non è solo un’altra classe sociale, è un’altra classe di pensiero, un altro livello. E noi commettiamo tutti l’errore imperdonabile di trasferire, di proiettare su di loro i nostri pensieri di persone normali. Hanno una specie di ideologia della crescita illimitata, ne sono essenzialmente gli attori, gli esegeti, e vivono essenzialmente per quello, e non conoscono altro che quello. E, siccome quello è il vero potere, è chiaro che non si fermano di fronte a nulla… e, quindi, non si fermeranno di fronte a nulla se non li fermeremo noi. Bisogna fermarli, bisogna togliere loro questo potere, e si può fare soltanto attraverso un immenso movimento politico di massa, però deve essere organizzato, e che coordini lo zampillare di mille rivoli. Io ricordo che prima dell’inizio della guerra in Iraq, il New York Times disse che le grandi potenze erano due: da una parte, la potenza della guerra, dall’altra la potenza del movimento contro la guerra, che era diventato il secondo attore mondiale: tutte sciocchezze, naturalmente. Il movimento contro la guerra è stato sgominato in cinque minuti: perché? Ma perché non era organizzato, perché era una somma che non raggiungeva mai l’uguale per poterla calcolare. E quindi, non facciamoci illusioni: ci vogliono Stati veri e propri, o coalizioni di Stati, che siano capaci di fermare questa guerra.    

Quindi ciò è alla base anche di conflitti, alle guerra per il petrolio… in Iraq, in Libia?  Non sono del tutto convinto che la guerra in Libia sia derivata dal petrolio, e neanche quella irachena. In realtà, sono tutte guerre che servono per stabilire il dominio, non le materie prime. Le materie prime sono un sottoprodotto di questo dominio, ma l’essenziale è il controllo delle popolazioni, e dei territori, e delle classi dirigenti. A questo servono le guerre… Non è che si va in Libia per prendere il petrolio. Il petrolio veniva normalmente venduto ai prezzi di mercato. Che differenza fa, per i grandi detentori del potere, se il petrolio viene venduto attraverso l’Eni, o attraverso la Shell, o attraverso la British Petroleum? Non gliene frega assolutamente niente. Non è questo il problema. Il petrolio libico era sul mercato, adesso sarà sul mercato come prima. Perché hanno fatto la guerra? Perché dovevano stabilire una testa di ponte, nel Nord Africa, contro l’espansione cinese. E contro un “resto del mondo” che ormai è vicino a 7 miliardi di persone, che si stanno sviluppando ad una velocità di gran lunga più grande di quella dell’Occidente. Non è più possibile depredarli: alcuni di questi Paesi sono diventati troppo grandi e troppo potenti per essere depredati… punto. E quindi è l’intero quadro dei rapporti mondiali che è cambiato. O l’Occidente si rende conto di questo, e va a patti con il resto del mondo, oppure l’Occidente, come io ritengo oggi più probabile, va in guerra, e cercherà di sterminare alcuni degli antagonisti: non di vincerli o di assoggettarli… in questo caso bisogna proprio sterminarli…    

Si vuole la testa, il sangue dei nemici, in quanto messaggio anche fortemente simbolico?  L’uccisione selvaggia di Gheddafi dice esattamente, in forma di metafora, dove stiamo andando: non mi colpisce tanto l’uccisione di un uomo quanto del valore simbolico che questa uccisione ha avuto, dell’applauso che suscita tra le grandi masse che sono state manipolate dalle parole, per cui hanno cambiato perfino il vocabolario. Siccome oramai questo sono diventati dei mostri, risulta che il messaggio di qualcuno sia: “Se tu uccidi il mostro, diventi il mio campione”. Chi uccide il mostro è il campione, e quindi tutti ad applaudire.     E l’applauso è la cosa più oscena, anche rispetto all’uccisione…  Questa è la cosa più oscena. Ci hanno cambiato addirittura il vocabolario, attraverso l’imposizione di stereotipi, anche linguistici, come, appunto: “Noi siamo la democrazia, loro i dittatori, loro sono Hitler, loro sono i mostri”, quindi, siccome sono contro la nostra democrazia (secondo quelli che pensano così) devono essere uccisi: è ovvio. Quindi noi stiamo andando verso questo tipo di selvaggia evoluzione delle relazioni internazionali… dalla cosiddetta comunità internazionale delle Nazioni Unite, dei diritti umani, ad una comunità della violenza, della guerra, dell’assassinio, del linciaggio, dello sterminio dell’avversario. Non credo che questa descrizione sia esagerata. Ritengo che questa descrizione sia esattamente così… ma, naturalmente, appare esagerata, perché tutti quelli che vivono dentro Matrix sono abituati ormai a un altro vocabolario, e non usano le parole giuste, nel modo corrispettivo.    

Questo richiama anche alcune previsioni del romanzo “1984” di Orwell: l’idea, appunto, di una neo-lingua che distorce i fatti: “la guerra è pace”, e così via… La manipolazione alla Matrix… 

Orwell è stato, sotto questo profilo, veramente, profetico. Diamogliene atto, ma non solo lui; devo dire che bisogna citare in questo ambito Pier Paolo Pasolini, genialissimo anticipatore di questa manipolazione, Guy DeBoard (con la sua “Società dello spettacolo” è stato detto molto, molto ormai). Naturalmente, solitamente nessuno sa niente di questo, per cui una opera di acculturazione dovrebbe passare molto attraverso l’analisi del mutamento strutturale della funzione della comunicazione, nel modificare le classi sociali. Quindi, uso proprio questo termine: la sinistra non ha capito nulla, perché è risultata incolta e incapace di capire le novità. Non ha capito la sinistra, in cui molti continuano a pensare che esista una struttura economico–sociale e una sovrastruttura culturale, e non hanno capito che nell’epoca moderna, contemporanea, la sovrastruttura ha preso il posto della struttura. Coloro che sono rimasti fermi a quelle idee sono rimasti emarginati, e la prima cosa su cui dovrebbero riflettere è: “Perché siamo spariti dalla politica?”, ma c’è una ragione per cui sono spariti dalla politica: è perché non parlano più alla gran parte delle gente, parlano di minoranze ridicole e secondarie, e quindi non esercitano più nessuna influenza. La sparizione del comunisti da tutti i Paesi occidentali europei questo dice esattamente, e la stessa cosa dice anche della sparizione dei socialisti, ormai.    

Come si colloca Alternativa (Alternativa Politica) rispetto ad altre formazioni? Ce ne sono alcune con le quali auspica un’alleanza?  Alternativa è nata da un anno e mezzo, e ha fatto due esperimenti, che tuttora sta facendo. Uno è stato il tentativo di costituire un’alleanza, che abbiamo chiamato “Uniti e diversi”, con alcuni gruppi, molto diversi gli uni dagli altri; è stata ed è una coalizione tra cinque-sei formazioni politiche di varia entità. Diciamo che questa esperienza ha manifestato numerosi limiti, anche se Alternativa è nata come tentativo di unificazione.  Noi non pretendiamo di diventare un partito politico che riassuma tutto in sé, tendiamo a fare, da (mi passi il termine), “levatrici” del processo unificatorio. L’evoluzione della crisi sta producendo un’altra forma di aggregazione, credo più interessante e piena di prospettive, che è quella che adesso chiamiamo il “Comitato 1° ottobre”, e che apre la via all’Ambra Jovinelli appunto il 1° di ottobre. Lì c’è stato un pezzo di società abbastanza interessante: i metalmeccanici, i sindacati di base, gli studenti universitari, varie aggregazioni d’area della sinistra. I mass media, naturalmente, non hanno dato nessuna eco a queste novità. Siamo ancora fuori dai “mainstream”… Non a caso: è evidente.  Ci sono i punti che sono scritti dentro il documento di “Uniti e diversi”: non soltanto il non pagare il debito, ma il ritorno al sistema proporzionale puro e l’uscita dell’Itala dalle alleanze, quindi dalle alleanze militari. Noi lo diciamo apertamente: noi siamo per l’uscita dalla Nato.

 

 

 

Antonella Ricciardi