16.11.2011
Tribuna » ErFer e Costagliola

Etleboro

E' finita un’epoca con la rovinosa ritirata di Re Travicello Berlusconi e la sua corte di nani e ballerine. Una parabola umana e politica che Giuseppe Giusti avrebbe riassunto così: “Calò nel suo regno con molto fracasso; le teste di legno fan sempre del chiasso: ma subito tacque, e al sommo dell’acque rimase un corbello il Re Travicello”.

Si consumano le ultime ore di gloria per questo mondo di parvenus scalzato dall’improvviso violento sussulto della tecnocrazia mondialista che preferisce affidarsi, da noi come in Grecia, ad interpreti più affidabili dello spartito del finanziarismo affamatore.

Il maghetto di Arcore che aveva trasformato zucche vuote e demi vierges in ministri e sottosegretari non ce l’ha fatta a reggere neanche con i suoi incantesimi miliardari. A conti fatti, pare proprio che la demenzialità delirante del berlusconismo sia stata l’atto propedeutico per assicurare il passaggio soft alla dittatura della tecnocrazia. Niente fastidiosi ludi cartacei, gli italiani sono già pronti e inarcati per accogliere al meglio i prossimi governi autocratici eterodiretti da Wall Street. La masnada che imperava a Montecitorio ha predisposto il tracollo della democrazia ed ha messo d’accordo sindacati e opposizione per consegnare questo frastornato paese al potere anonimo della borsa e alle mani fasciate da costosi guanti degli usurai.  In questo scenario di rovine senza guerra, non rimane in piedi una parvenza di idea che possa contrapporsi alla marea totalitaria che ci inonda. Anzi chi parla o straparla aumenta il consenso dei nuovi tiranni, perché le voci dissonanti, in questo paese “normalizzato”, hanno lo stridore fastidioso di un’eruttazione nel silenzio di una Chiesa. Sinistra e destra parlamentare sono accomunate dall’inanità, il terzo polo appartiene alla categoria degli ologrammi e non saranno certo quattro sciancati che saltellano in piazza con cori da Asilo Mariuccia a poter rappresentare l’alternativa. Scene da bordello thailandese che scandiscono la loro apocalisse in paillettes e tacchi a spillo. Per l’Italia è tempo di totale soccombenza. La nostra posizione geopolitica, le nostre ricchezze (che pure esistono e fanno gola) solleticano l’appetito degli speculatori. Sfuggiti alla storia distratta per alcuni decenni, ritroviamo il destino tragico e la miseria di un inedito campo di battaglia.  Sul terreno solo marionette senza forza, ombre di uomini spossati dalla decadenza, caricature di signorotti d’antan che scambiano i pannoloni per possenti armature. L’eterno problema dello stivale tricolore, è la classe dirigente sempre inetta e succube al potere straniero mentre la cultura tiene bordone a questa occupazione rovinosa come estrema salus del paese. Si aspetta una resistenza vera, forte e visibile che parli un linguaggio efficace e comprensibile. Un sussulto che non puzzi di muffa né di stracci miserevoli. Una rivolta che non vesta le logore camicie usate della nostalgia o le indignazioni dei poveri figli di papà in pausa da facebook e PlayStation. 

Uomini nuovi pronti a contrapporsi ad un potere immenso, senza appelli all’eterno Bertoldo che spernacchia e fugge...

 

 

Ernesto Ferrante