26.10.2011
Caserta » Ernesto Ferrante

Etleboro

ll dissesto del Comune di Caserta è cosa fatta. “Una scelta obbligata. Una scelta basata su analisi, su ragionamenti e su presupposti inconfutabili emersi in questi quattro mesi, ma le cui origini in modo empirico erano a tutti noi note”, l’ha definita il sindaco Pio Del Gaudio.

La pagina più nera della storia di Caserta è stata scritta poco dopo le undici di sera in mezzo al deserto. Le schermaglie del mattino, hanno lasciato il posto ad un confronto cadenzato, sonnacchioso, ma soprattutto poco seguito. A nulla sono serviti gli appelli alla partecipazione popolare degli inquilini di Palazzo Castropignano. La distanza tra le stanze del potere e le piazze è ormai abissale e l’indifferenza scava ogni giorno nuovi fossati. Anche i rappresentanti di movimenti e associazioni, hanno marcato visita, dopo aver tuonato per settimane, a dimostrazione di un’apatia diffusa anche di fronte a cose che, invece, dovrebbero riguardare tutti. Il “ragionamento condiviso, se non nelle soluzioni almeno nei propositi”, è roba esclusiva dei politicanti. La gente, invece, deve fare i conti con una città sporca, con l’assenza di trasporti e con una pletora di straccioni delle segreterie partitiche con ambizioni e pretese da monarchi. Il sindaco del fallimento ha chiesto aiuto a tutte le forze politiche cittadine a “patto di non trasformare il Consiglio in un tribunale che esprima solo accuse di illegittimità”. L’azione di riordino di un ente, “deficitario, con problematiche economiche enormi e attenzionato dalla Corte dei Conti e da numerose inchieste della magistratura contabile e non solo”, richiede tempo e rigore. Il clima però non è dei migliori, come confermano le stilettate del primo cittadino al settore Finanze per gli “altalenanti pareri e non sempre convincenti” e per le “motivazioni alla base degli stessi”. “Il dissesto è l’unico strumento che hanno gli enti pubblici per fermarsi, rifiatare e ripartire, ora possiamo guardare al futuro”, ha detto l’alemanniano. Parole che appaiono vuote e fuori luogo, se si considerano il congelamento dei servizi essenziali, il mancato pagamento degli stipendi dei dipendenti e le vertenze in atto. I toni pacati del dibattito in Consiglio non possono essere motivo di conforto e non sono serviti ad invertire la rotta di una barca che è affondata a pochi mesi dalle elezioni, tra gli sbadigli della gente, per l’incapacità dei suoi timonieri e il menefreghismo dell’equipaggio.

 

 

Ernesto Ferrante