15.09.2011
Recensioni » Romano Guatta Caldini

Etleboro

“Dove aveva carcerazione, tutte le donne dell’adiacenza osservavano un forte scimmione, senza temerne la sconvenienza. Quelle comari, con fare indecente, sbirciavano un posto determinato che la mia mamma severamente di tacere m’ha raccomandato. Attenzione al Gorilla!”.

E’ così che inizia la canzone Le Gorille, di Georges Brassens, brano portato in auge da un giovanissimo Fabrizio De André. E’ stato proprio quest’ultimo che, apprendendo dalla scuola degli chansonniers d’oltralpe, ha aperto la strada, in Italia, alla musica cantautorale. Oltre a Brassens, fra i padri della musica d’autore francese vanno ricordati: Charles Trenet, Léo Ferré, Jacques Brel e Georges Moustaki.
Purtroppo, come sempre avviene in Italia, le correnti artistiche che si pongono fuori dagli schemi del grande mercato vengono relegate in una sorta di “riserva naturale” accessibile ai pochi addetti. Nonostante ciò, le canzoni di Brassens, come quelle di tutti gli altri succitati autori, sono diventate un patrimonio culturale d’inestimabile valore.
La stessa cosa, però, non si può dire degli scritti di Brassens, degli aforismi, delle sue poesie. Questo vuoto è stato colmato, in parte, dalla pubblicazione “Georges Brassens – Le strade che non portano a Roma. Riflessioni e massime di un libertario - Edizioni Baguettes”. In questo phamplet Jean-Paul Liégeois ha raccolto e cesellato tutti i pensieri, le provocazioni e le stilettate del più grande chansonnier di Francia.
Un viaggio onirico, una sequela di visioni sui i più disparati temi dell’esistenza; dalle riflessioni sulla morte alla libertà, dall’amore alla religione. Brassens, se avesse intrapreso la carriera giornalistica, sarebbe diventato un ottimo editorialista; le sue sferzate sui costumi, la società e la politica sono taglienti come lame. Ma ciò che più di tutto salta agli occhi del lettore è la natura profondamente libertaria di quest’uomo. Pagina dopo pagina il suo individualismo iconoclasta fa tabularasa di tutti i falsi perbenismi e le convenzioni di cui la società clerico-borghese di allora, come quella attuale, era impregnata. Del resto, un uomo che aveva imparato a trarre la forza di esistere solo ed esclusivamente da se stesso non poteva che scrivere: “Non ho bisogno di un grande fratello là in alto che mi protegga e mi detti le sue leggi”. Oppure: “La gente che parla spesso di fede e di Dio mi è sempre apparsa sospetta”. E ancora: “Se ho un’inquietudine religiosa? Sì, l’inquietudine di non averne”.
Come in merito all’ateismo di Brassens, anche per quanto concerne la sua notoria misoginia, canzoni e scritti intimi collimano come impostazione, diciamo così, ideologica. Dagli aforismi, riportati in questo libro da Liégeois, si evince la personalità di un uomo che, a modo suo, era in grado di amare e rispettare il sesso femminile, ripeto: a modo suo. Ad esempio, Brassens scrive: “Amo Joha come una pianta”. Ma quasi sicuramente, come tutti gli spregiatori del sesso debole, anche nel caso di Brassens la sua misoginia era puramente di facciata. E non poteva essere altrimenti, un testo come Les passantes poteva essere scritto solo da un uomo che amava ed aveva amato profondamente le donne.
Oltre alla forma mentis dello chansonnier, dalla lettura di questo libro si comprende anche il suo retroterra culturale, si scoprono quali sono stati gli autori che hanno inciso sulla sua formazione. Su tutti Baudelaire, ma anche Verlaine, La Fontaine, Villon, La Rochefocauld, La Bruyère, Mallarmé e Rabelais.
In questo libro non troverete verità assolute, tanto meno dogmi o consigli di vita. Questo è il testo di un libertario, di un individualista, di un uomo che con le sue canzoni ha fatto scandalo. In caso doveste acquistarlo, mi raccomando, come si dice in questi casi: maneggiare con cura.


 

Romano Guatta Caldini

 



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