18.09.2011
Recensioni » Romano Guatta Caldini

Etleboro

Chi pensa che i cimiteri siano dei posti tranquilli, dove alberga la pace e la morte regna sovrana, evidentemente, non ha letto il libro di Giuseppe Marcenaro, Cimiteri - per l’appunto - Storie di rimpianti e di follie (Ed. Bruno Mondadori pag. 231).

Nel caso del libro di Marcenaro, non ci troviamo di fronte all’ennesima opera fantasy od horror.

Tutt’al più, se proprio vogliamo cercare delle lontane assonanze, le possiamo trovare in qualche opera di Ugo Iginio Tarchetti, di  Emilio Praga, ma anche di Edgar Lee Masters.
Infatti, in un misto fra l’Antologia di Spoon River e una guida turistica, quest’opera ci presenta “l’ultima dimora” come un luogo che è, paradossalmente, vitalissimo. Non più, quindi, il cimitero visto come l’anticamera dell’al di là, ma come un luogo fisico e mentale in cui il lettore si scontra tanto con  la potenza evocativa delle epigrafi tombali, quanto con l’architettura delle tombe stesse. Il cimitero, in tal senso, è un libro a cielo aperto.
Al pari di un Caronte, Marcenaro ci traghetta verso lidi lontani: dal deserto di Oum ez Zebed  a Charville, da  Novodevičij a Mount Moriah. Cimiteri di ogni tipo e religione, oltre che terre di confine per i senza Dio; sono questi i luoghi in cui l’autore ci accompagna, riservandoci un posto in prima fila tra le cosiddette sepolture illustri: Majakovskij, Rimbaud, Garibaldi, Napoleone, Shelley e molti altri. Alternando con arguzia una sottile ironia funerea a immagini dal  forte impatto emotivo, Marcenaro analizza, nei minimi particolari, le vite di uomini e donne che, anche attraverso la loro morte - spesso violenta - hanno fatto la storia.
Sfogliando le pagine dell’opera di Marcenaro, scopriamo che Rimbaud, “l’uomo dalle suole di vento”, come lo definì Verlaine, invece di essere sepolto nell’amato e odiato deserto dell’Harar, come avrebbe voluto, o  gettato in mare all’interno di un sacco di juta, come un vecchio marinaio, si trova oggi nel borghesissimo cimitero di Charville: la sua città natale, proprio accanto a quelle arpie della madre e della sorella. Triste destino, per un vagabondo, per uno a cui i legami familiari stavano stretti quanto una camicia di forza.
E che dire del massimo poeta della Rivoluzione d’ottobre? Majakovskij riposa nel cimitero di Novodevičij; la sua salma era considerata troppo “scomoda” per albergare nel famedio della Piazza Rossa. Ora il poeta non suona più notturni con flauti di grondaie; è infatti costretto alla coabitazione con Čechov , Bulgakov e Gogol;  se poi consideriamo  che in segreto, una sua vecchia fiamma si era fatta seppellire - clandestinamente - nel terreno adiacente la sua tomba,  il cerchio si  chiude.
Anche a Garibaldi non è andata poi meglio. L’Eroe dei due mondi, infatti, aveva predisposto affinché il suo corpo fosse sottoposto alle fiamme purificatrici, ma la volontà dei parenti - in segreto - si pose contro il mandato testamentario.  Ora, il quesito, che serpeggiava da tempo per le vie di Caprera, era il seguente: “Il corpo di Garibaldi venne cremato o no?”. L’arcano, cinquant’anni dopo, venne risolto grazie  all’intervento di Benito Mussolini e dei suoi “aiutanti” : Ezio Garibaldi, nipote del padre della Patria e l’ardito Host Venturi.  Come andò a finire la spedizione investigativa?
Se può consolarvi, posso dirvi che quantomeno Garibaldi è in buona compagnia. Infatti, a pochi metri da dove è sepolto l’uomo che fece l’Italia, c’è un cippo coperto da rovi; lì è sepolta Marsala, la cavalla del Generale, la compagna che gli rimase fedele per  tutta la sua breve vita.
In tutto questo bailamme fra vita, morte, amori e  piccole miserie umane, quello che realmente si comprende, leggendo questo libro, è che: “il cimitero è un affare che riguarda sempre e soltanto chi non vi è ancora andato a finire”.

 

 

 

Romano Guatta Caldini



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