07.09.2011
Recensioni » Romano Guatta Caldini

Etleboro

E se invece fosse vivo? Se il corpo trovato sul marciapiede del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam non fosse stato il suo? Sono queste le domande che si è posto Roberto Cotroneo per redigere “E nemmeno un rimpianto” (Edizioni Mondadori 2011, 161 p).

Un romanzo lontano dalle dietrologie e dai complottismi tipici dei vari libelli che vogliono, a turno: Elvis vivo e vegeto in Texas, Jim Morrison asceta parigino e via discorrendo.

Cotroneo ci prende per mano portandoci, accompagnati dalle note di My funny Valentine, nel Salento; in una casa in legno circondata da ulivi e abitata da un vecchio americano che sostiene di essere il più grande jazzista bianco del novecento: Chet Baker. Il viso è lo stesso; solcato da rughe che non sono altro che cicatrici d' infinite notti di eccessi, anche lo sguardo, dolce, sembra essere lo stesso dell'angelo decaduto del jazz. Ma c'è qualcosa che non torna, che non convince. Innanzitutto non suona la tromba, anche se una ce l'ha, ma la tiene in bagno, sullo scarico del gabinetto. E poi le abitudini, troppo salutiste per uno come Chet. Eppure, anche se può sembrare impossibile, quell'anziano signore dimostrerà, a Cotroneo, di essere proprio il mito del cool-jazz.
Baker è cambiato, ha imparato a dominare la musica, se stesso e, soprattutto, i suoi tanti, troppi vizi. Grazie ad un'americana trapiantata a Parigi, qualche anno prima d'inscenare la sua morte, Chet ha “incontrato” Gurdjieff e le sue Vie per il risveglio e la liberazione. Adesso vive come un eremita, in Italia, il paese che conosceva bene e di cui aveva frequentato anche le carceri. La sua “saison en enfer” si è conclusa, i tempi di Hannover sono un ricordo lontano. Già, perché la chiave di volta del romanzo è rappresentata proprio dall'ultimo concerto che Chet tenne ad Hannover, al Jazz Caffé Dizzy, il 28 aprile del 1988. Scrive Cotroneo: “(...) che stranezza che un uomo distrutto, all'ultimo stadio di tutto, fosse in grado di suonare, proprio in quel concerto, la più memorabile versione di "My funny Valentine" che si conosca.
Un brano di 9 minuti e 35 secondi davvero impressionante”. No, non era strano, Chet si stava risvegliando, solo che gli altri, i profani, non potevano accorgersene. Anche Diane, la donna che aveva subito tutte le sue violenze e le sue tragedie, non era stata in grado di comprenderlo, tanto da fuggire via da lui, per sempre. Ma anche queste incomprensioni, questo mascherare il suo reale stato di salute facevano parte del piano di fuga.Tutti dovevano credere che di lì a poco Chet ci avrebbe lasciati per sempre, morendo per poi rinascere sotto altre vesti. In realtà, Chet raggiunse la sua maturità artistica proprio ad Hannower, il gradino più alto della sua carriera di musicista ma, allo stesso tempo, anche il punto di non ritorno del suo disfacimento fisico.
La sua parabola terrena si concluse il 13 maggio del 1988, ad Amsterdam, con un volo dalla finestra della sua stanza d'albergo. Ma al sottoscritto, come a Cotroneo, l'immagine del corpo senza vita di Chet Baker, su un anonimo marciapiede di Amsterdam, non piace affatto. E allora, forse, è meglio pensare che sia lì, in una desolata spiaggia del Salento, mentre fa vibrare nell'aria le note di "My funny Valentine", con la sua vecchia Martin Committee.




Romano Guatta Caldini



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