05.06.2011
Italia » Ernesto Ferrante

Etleboro

Dire donna, in quest’italietta interinale tutta tagli, precariato ed esternalizzazioni, è dire dramma.
Basta spulciare appena appena tra i dati forniti dall’Inps e dall’Istat per rendersi conto del dramma che sta vivendo l’altra metà del cielo.

Fatta eccezione per i settori di eccellenza dei lavori orizzontali, da ufficio, parlamento e albergo, e per i lavori manuali da sotto scrivania, il resto è un inquietante elenco di segni meno e saldi negativi, con centinaia di donne licenziate, costrette alle dimissioni e poste ogni giorno di fronte alla scelta tra maternità, assistenza e occupazione.
Sono già 800 mila quelle che, per gravidanza, hanno dovuto dire addio a posto e salario. E’ pronta, nel pubblico impiego, la revoca in massa dei contratti part time, che per l’85% riguardano proprio le donne, sulla base di quel pateracchio legislativo denominato “Collegato al Lavoro”.
“Oltre la metà delle donne italiane, denuncia l’Unione Sindacale di Base, è inoccupata (53%); le donne svolgono sempre lavori meno qualificati e, a parità di lavoro, percepiscono in media il 20% in meno di salario; negli anni hanno svolto sulla loro pelle la funzione di cavie all’interno del grande laboratorio di precarietà e atipicità estesa poi a tutto il mondo del lavoro”.
La discriminazione è “accertata” anche dall’Inps: tra le donne è alta la percentuale di chi percepisce pensioni inferiori ai 500 euro mensili, il 61% contro il 50,8% del totale.
Con la manovra finanziaria 2012, i fondi per la non autosufficienza sono stati completamente azzerati, quelli per le politiche della famiglie giovanili tagliati del 90% (10 milioni nel 2013), letteralmente prosciugato il fondo straordinario dei servizi per la prima infanzia, mentre quello per le politiche sociali è passato dai 929 milioni di lire del 2008 ai 44 milioni per il 2013.
Sui calendari è scritto anno 2011, ma si deve leggere ‘800.
 

 

 

Ernesto Ferrante