03.12.2012
Emergenza rifiuti » Antonio Casolaro

Etleboro

"I contadini si sono rivolti al camorrista per far cessare l’attività illecita". Queste le parole pronunciate dall’ottimo pm Maria Cristina Ribera nel processo che vede alla sbarra i fratelli Pellini. Un macigno sulla credibilità delle nostre istituzioni e sulle coscienze di tutti quanti dovrebbero vigilare sul territorio.

I fratelli Pellini smistavano un enorme traffico di rifiuti e liquami industriali altamente tossici i quali venivano mescolati con terra e dati ad ignari agricoltori come compost utilizzato poi per concimare i terreni dell’acerrano o gettati direttamente nei regi lagni. Quello che lascia interdetti, oltre all’enorme disastro ambientale, è che i contadini spaventati dagli strani effetti di quel concime sull’ambiente piuttosto che rivolgersi allo Stato siano andati direttamente dal boss Pasquale Di Fiore, poi pentito, riconoscendo così alla camorra una giurisdizione ed un primato territoriale sullo stato. Le cifre sono spaventose: un milione di tonnellate di rifiuti tossici sversate illegalmente in tre anni. Colpite, oltre all’acerrano, anche le campagne di Bacoli, Giugliano e Qualiano. Una storia che ha dell’incredibile e che è finita nella lunga quanto dettagliata requisitoria che il pubblico ministero ha utilizzato per chiedere la condanna dei fratelli Giovanni, Salvatore e Cuono Pellini e dei loro presunti complici in quello che è stato giudicato dagli ambienti antimafia uno dei più grandi traffici di rifiuti degli ultimi venti anni. Tra gli imputati figurano anche due ex responsabili dell’ufficio tecnico comunale di Acerra e tre carabinieri arrestati nel 2006. Coinvolti anche una serie di personaggi legati al clan Belforte di Marcianise, uno di loro, Giuseppe Buttone, ha seguito la requisitoria in videoconferenza dal carcere di Opera. Buttone era in società con Pasquale Di Giovanni, considerato dagli inquirenti il boss del traffico di rifiuti per conto del clan casertano. Proprio Di Giovanni, da tempo collaboratore di giustizia, ha spiegato al pm Ribera tutto il meccanismo di falsificazione sistematica dei documenti di trasporto dei rifiuti: un milione di tonnellate di immondizie (mercurio, cadmio, idrocarburi, solventi, diossine), in tre anni, provenienti prevalentemente dalla Toscana e dal Veneto finivano nel grande sistema di cui i fratelli Pellini erano gli intermediari e gli smaltitori finali. Seguire la vicenda e chiedere per questi malfattori, qualora ne siano accertate le responsabilità, una pena esemplare è un dovere morale per tutti. L’appuntamento è all’udienza del 27 dicembre prossimo alle ore 10 presso il Tribunale di Napoli Settima Sezione, quando tanti cittadini campani e comitati ecologisti si stringeranno intorno alla famiglia Cannavacciuolo che ha coraggiosamente rotto il muro di omertà e depositato la denuncia dalla quale hanno avuto inizio le indagini. Lo sdegno è enorme e si spera che le istituzioni non abbandonino la gente anche questa volta.

 

 

 

Antonio Casolaro