25.10.2012
Emergenza rifiuti » Nicola Abbate

Etleboro

Abbiamo deciso di raccontare lo scandalo della discarica di Ferrandelle, in maniera un po’ diversa da come lo stanno facendo gli altri, accendendo i nostri riflettori su aspetti che pretestuosamente ancora si cerca di tenere nell’ombra.

La storia entra nel vivo con delle manganellate e dei fermi, “perché in data 02 febbraio 2008, in Santa Maria la Fossa, località Ferrandelle alla via Vaticale, (dodici cittadini) inscenando una manifestazione non autorizzata, si ponevano davanti all’ingresso del costruendo sito di stoccaggio di r.s.u., ubicato su area demaniale data in concessione all’esercito italiano, opponendosi al passaggio dei mezzi d’opera impegnati nella realizzazione, impedendone di fatto la prosecuzione dei lavori”. Una dozzina di cittadini della località interessata dai fatti che vi narriamo, identificati a casaccio tra una folla comprensiva praticamente della quasi totalità dell’intera popolazione, grazie anche all’ausilio di videoriprese effettuate dalla TV di Stato (ogni redazione regionale fa i suoi danni n.d.r.) sono chiamati dall’Autorità Giudiziaria a rispondere delle condotte di cui agli art 340 del codice penale (interruzione di un servizio di pubblica necessità) e dell’art 18 del T.U.L.P.S. (riunioni pubbliche). Evitiamo di menzionare altri particolari per uno dei tanti processi pendenti in attesa di prescrizione presso una sede giudiziaria, il Tribunale di S. Maria Capua Vetere - che domani potrebbe pure essere soppressa, non si sa mai avessero fatto male i conti - e che riguarda oscuri protagonisti di una località che prima che inventassero google maps non esisteva nemmeno per la cartina geografica. Un processo di cui nemmeno le cronache giudiziarie dei giornaletti locali, i quali notoriamente ci campano di queste cose, si occupano. E occupiamoci delle cose importanti allora. Per esempio degli addetti e dei funzionari, i controllori istituzionali, i quali “hanno intenzionalmente ignorato la presenza di una falda acquifera superficiale nel sito, procedendo a false attestazioni”. Si è così determinata “una situazione diffusa tale da esporre a pericolo un numero indeterminato di persone”. Le analisi tecniche lo hanno evidenziato: “Inquinamento non solo della falda acquifera superficiale ma anche di quella profonda, tale da configurare i caratteri propri del disastro ambientale”. La presenza della falda è stata ignorata “sia nella fase di progettazione che in quella di costruzione, ed anche nella successiva utilizzazione del sito, consentendo l’utilizzo di un sito del tutto inadeguato essendo lo stesso ubicato in area ove era vietata la realizzazione di impianti di gestione di Rsu ed essendo il terreno estremamente cedevole proprio in ragione della presenza della falda superficiale”. Attraverso le condotte ascrivibili a vario titolo agli indagati, “si giungeva al cedimento strutturale delle piattaforme con conseguente lacerazione di teli impermeabilizzati e la conseguente immissione del percolato nella falde acquifere sottostanti, da determinare una situazione diffusa tale da esporre a pericolo collettivamente un numero indeterminato di persone, in ragione della contaminazione delle acque di falda e quindi dei terreni finitimi, anche destinati a insediamenti agricoli”. Le analisi tecniche hanno infatti evidenziato l’inquinamento non solo della falda acquifera superficiale ma anche di quella profonda, tale da configurare i caratteri propri del disastro ambientale, e poi, anche un ulteriore aggravamento con lo smaltimento di rifiuti di ogni genere, lavatrici, materassi, rottami di vetture. Di queste condotte sono chiamati a rispondere, sempre dall’Autorità Giudiziaria, sette cittadini della Repubblica Italiana, la cui alta funzione rappresentata nell’ambito delle istituzioni non costituisce buon motivo di farne i nomi, così come per la dozzina di abitanti fossatari di cui in premessa. Il dato che ci preme evidenziare, piuttosto, è che esse furono commesse per assicurare alla comunità quel “servizio di pubblica necessità” che a suo tempo i dodici prelevati a caso dalle telecamere statali tentarono di impedire unitamente alla pressoché totale rimanente cittadinanza, sindaco in testa con fascia e gonfalone, giunta, consiglio comunale, maggioranza e opposizione al completo, scuole di ogni ordine e grado, associazioni, comitati, pii istituti religiosi con immancabile reverendo padre al seguito e tutto il necessaire per messe all’aperto. Ovviamente tutti costoro al tempo furono prontamente bollati come biechi fiancheggiatori delle locali cosche malavitose dall’allora presidente della Provincia di Caserta, poi ritiratosi in quel di Lourdes una volta abbandonata la politica e la cosa pubblica (allora i miracoli accadono!), e a nulla valsero i tentativi di dissuadere “le autorità costituite” e i “commissari ad acta” ad individuare luoghi più opportuni. Vani furono pure i tentativi di conservare quel luogo già strappato alla camorra ed affidato alla comunità per farne una fattoria per prodotti tipici, un modello di bio-diversità. Oramai era troppo tardi. L’emergenza richiedeva provvedimenti d’eccezione ed ovviamente uomini in grado di assicurarne l’esecuzione, tanto per cambiare a prescindere dagli effetti futuri. E fu così che da Bolzaneto fu spedito il novello Cialdini, uomo di sicura competenza, provata affidabilità politica e per giunta penalmente irresponsabile a vita...

 

 

 

 

Nicola Abbate