27.09.2012
Impakt » Ernesto Ferrante

Etleboro

Le genti di Spagna, Grecia e Portogallo scendono in piazza per dire no alle manovre lacrime e sangue varate dagli sguatteri governativi al servizio dei Banksters.

Gli italiani invece continuano al massimo a frignare come bambini a cui è stato strappato dalle mani il giocattolino preferito. Si guardano ad occhi sgranati le immagini provenienti dalle maggiori città di quei lembi d’Europa sprezzantemente ribattezzati Pigs, come fossero cronache marziane. Il tirare a campare di marca italiota funge da callo e alle bastonate montiane si reagisce inarcando ancora di più la schiena, per riceverle meglio. Eppure il baratro è a pochi passi, come il vicino della porta accanto.

Basta dare un’occhiata anche rapidissima al Rapporto Svimez 2012, per rendersene conto. Se il Nord annaspa, il Sud è già ai rantoli, tra desertificazione industriale e segregazione occupazionale. I consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro. Dal 2007 al 2011, l’industria meridionale ha perso 147 mila unità (-15,5%), il triplo del resto del Paese (-5,5%), e ha accelerato la fuga verso un Nord non più in salute di tanti giovani. Nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3%), dei quali 39mila in possesso di laurea. Ma non finisce qui. Per fine anno si dovrà prendere nota di altri disastrosi crolli: quelli del Pil (- 3,5%), dei consumi (-3,8%) e degli investimenti (-13,5%).  Di questo passo, ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Mezzogiorno dal Settentrione.

E la crisi assume i contorni del dramma in grandi regioni come la Campania che batte tutti nella corsa alla miseria con il Pil pro capite più basso (16.448 euro).  Il cappio al collo dei cittadini tartassati si stringe ogni giorno di più e la criminale frantumazione delle dorsali industriali di Campania, Puglia e Sicilia, sta facendo aprire voragini di disperazione in territori già lacerati socialmente anche per la forte presenza dei cartelli criminali. La gravità della situazione è cosa nota, ma la rabbia non riesce a tradursi in reazione ed il possibile fronte di lotta continua ad essere spaccato da chiese particolari e distinguo residuali.

Non è guardando le istantanee delle proteste in casa altrui che si può cambiare il corso degli eventi. Le bacchette magiche non esistono. Occorre mettere in moto gambe e cervello, facendo rete, rompendo il cordone invisibile dell’ignavia e della rassegnazione. I Libertadores, diceva tale Ernesto Guevara de la Serna, detto el Che, non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé.

Come stanno provando a fare in Spagna, in Grecia, in Portogallo; come dovrebbe accadere anche da noi...

 

 

 

 

Ernesto Ferrante