27.07.2012
Recensioni » Romano Guatta Caldini

Etleboro

Per alcuni è l’insopportabile bacchettone del salotto di "Che tempo che fa", il guru del politicamente corretto, del programma di Rai tre, targato Fabio Fazio. E’ lui, il direttore de La Stampa, Massimo Gramellini.

Quando mi accingo a leggere un libro salto sempre l’introduzione, come anche le note di copertina, mi tuffo sempre a piè pari nell’incipit dell’opera; procedimento seguito anche nel caso di “Fai bei sogni”, l’ultima fatica letteraria di Gramellini . Sapevo che si trattava di un libro autobiografico e tanto mi bastava. Dopo i primi capitoli, però, l’impressione è disarmante. Pensando a scriverne la recensione, infatti, già mi vedevo intento nell’inchiodare l’autore allo stereotipo dell’intellettuale sinistrato, perennemente occupato nella difesa dei diritti civili. Mi aspettavo di leggere feroci pagine di antiberlusconismo condite da anatemi sull’immoralità dei politicanti, di oggi e di ieri. Niente di tutto questo. Finalmente accantonato il ruolo di fustigatore, Gramellini ci presenta uno spaccato di vita; la sua, dall’infanzia ai quarant’anni. Un’esistenza segnata dalla morte prematura della madre quando lui aveva solo nove anni, il difficile rapporto con un padre di altri tempi e la sua personalissima guerra contro il mondo sono i temi su cui verte l’impianto del libro. Per taluni la vita non è certo un giro alla giostra, quello che ci distingue, l’uno dall’altro, è il modo in cui affrontiamo le avversità. Purtroppo non tutti abbiamo le stesse basi, necessarie, che ci permettono di saper navigare tra le avversità della vita. E la perdita di una madre, soprattutto in tenera età, mette in discussione la capacità di raffrontarsi con i problemi che la vita ci pone, tutti i giorni, dinnanzi. Quando la madre dello scrittore venne a mancare, al piccolo Massimo raccontarono che la donna più importante della sua vita era stata portata via da un male cattivo; quello che nella mente del ragazzo si trasformerà, negli anni, dal temibile Brutto Male a Belfagor. Forse, però, l’idea più atroce che s’insinua nella mente del ragazzo è il fatto di non essere stato abbastanza all’altezza della madre che per questo lo ha abbandonato. Questo libro non rappresenta il pianto disperato di un eterno bambino a cui è stata tolta la madre, non è un’accozzaglia di paragrafi in cui il vittimismo regna sovrano, si tratta “solo” della parabola esistenziale di un uomo su cui incombe, come un macigno, la presenza-assenza della mamma, sulla cui morte troppe cose gli sono state nascoste. Una presenza - il pensiero della madre - costante che lo accompagnerà sempre, facendolo sentire fuori posto in qualsiasi situazione e contesto: dalle elementari all’università, dalla redazione del Corriere dello Sport a quella de La Stampa. La condizione di orfano viene vissuta come una amputazione, come un’invalidità permanente che mette in discussione, incrinandoli, tutti gli ambiti della vita. Un’esistenza - quella dell’autore - segnata da un eterno scontro interiore fra l’Io del bambino divenuto uomo e Belfagor, il mostro rancoroso fatto di silenzi e verità sottaciute che vive in lui e che non gli permette di essere sé stesso, tanto dal dubitare che il suo vero Io sia rappresentato da Belfagor. A liberare Gramellini, da questo dualismo malato, ci penserà una vecchia zia, la donna che lo aveva cresciuto in assenza della madre. La chiave per aprire la porta dell’inferno in cui era stato catapultato da bambino è rappresentata dalla verità, dal racconto di come realmente andarono i fatti quando, in un’alba lontana, la madre dell’autore scomparve per sempre dalla sua vita. La felicità si raggiunge spesso grazie alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Caduto il muro di menzogne in cui era stato relegato, dal padre come da parenti e amici, Gramellini deve però combattere con un altro mostro: non più Belfagor, ma la figura idealizzata della madre. Avviene così che quel padre burbero, donnaiolo e senza troppe remore morali, si trasforma in un genitore amorevole che non ha fatto altro che custodire per decenni il segreto che gli era stato, involontariamente, dato in eredità dalla moglie. Un segreto che doveva rimanere nascosto, per il bene del bambino. Cadute tutte le ipocrisie, l’autore può ripercorrere tutte le tappe della sua vita, a cominciare da quella fredda mattina d’inverno, quando la madre venne a mancare. Questa volta, però, l’autore saprà affrontare la verità con occhi diversi, con gli occhi di un bambino diventato adulto, conscio che, nel bene e nel male, i genitori non sono degli esseri divini ed infallibili, padri e madri sono solo, a loro volta, bambini cresciuti.

 

 

 

Romano Guatta Caldini



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