27.07.2012
Napoli » Ernesto Ferrante

Etleboro

Luigi de Magistris ha scelto di affidarsi ad un videomessaggio per dire la sua sulla richiesta di rinvio a giudizio, da parte della Procura della Repubblica di Palermo, dell'ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino, nell'ambito della sempre più nebulosa trattativa Stato-mafia.

Chi si aspettava dichiarazioni morbide e capriole dialettiche dovute al ruolo istituzionale, si è trovato nel bel mezzo di una tempesta di fulmini e saette, soprattutto all'indirizzo di Mancino, già presidente del Senato e vicepresidente del Csm che il sindaco dice di ricordare “nitidamente, con lo sguardo rivolto verso il basso mentre legge, da presidente della sezione disciplinare del Csm, il dispositivo di quella sentenza vergognosa”, con cui gli strapparono la toga di pm, per aver individuato in alcune indagini delicate come Why not, Poseidone e Toghe lucane, “responsabilità di collusione con il crimine organizzato da parte di livelli molto alti della politica e delle istituzioni”. 

Una bordata violentissima all'intoccabile Mancino, seguita da uno sfogo intriso di orgoglio ma anche di rabbia per quella sentenza che de Magistris considera “una medaglia per chi, in Calabria e in condizioni di isolamento istituzionale, non si è girato dall'altra parte, non chiedendo il trasferimento ma restando lì”.  Una soddisfazione che, tuttavia, non lo ripaga “di un dolore che solo la morte potrà cancellare”. 

Un altro passaggio forte è quello riguardante Enrico Maria Grazioli, ex comandante del nucleo investigativo di Catanzaro, arrestato per tentata estorsione aggravata in concorso con la famiglia Arena, una delle più potenti realtà della Ndrangheta.  L'uomo che seguì l'indagine Poseidone dopo che al magistrato del Vomero fu revocata illegalmente dal Procuratore della Repubblica e che guidò le indagini di Why Not dopo l'avocazione illegale da parte della Procura Generale di Catanzaro. 

“Quello stesso maggiore Grazioli rispetto a cui ho rilasciato dichiarazioni alla Procura di Salerno, dichiarazioni che sono negli atti di quel processo in cui sono parte civile”. 

Poi una frecciata al Csm che sembra soffrire di strabismo e a quelle istituzioni che hanno fatto perdere la fiducia ai cittadini.

“Trovo curioso, riflette il sindaco di Napoli, che il Csm invece di interrogarsi su quello che di vergognoso è accaduto, continua a giudicare un magistrato che non è più tale da tre anni, avendo avuto anche la coerenza di dimettermi dopo aver compiuto un'altra scelta. Il Csm si interrogasse su quelle pagine e su quella sentenza disciplinare, sul perchè si decise di prendere quella decisione, sarebbe infatti un gesto bello da parte delle istituzioni anche per recuperare credibilità non solo verso di me, ma di tanti cittadini che la hanno smarrita. 

Speriamo che Mancino acquisti un po' di memoria, come gli chiede da anni Salvatore Borsellino, perchè non mi risulta essere uno smemorato, dato che lo ricordo molto vigile durante il mio processo disciplinare. Finalmente un po' di luce sta arrivando”.

E senza tentennamenti e giri di parole, si schiera con i togati palermitani sotto assedio. 

“Finalmente, come dicono i magistrati di Palermo, conclude de Magistris, si è entrati nella stanza della verità, la stessa per la quale mi batto, anche oggi, nella veste di sindaco. E sempre mi batterò perchè la verità sulle pagine più buie del nostro paese sia ricercata e individuata: verità e giustizia, non la legalità apparente degli apparati deviati dello Stato”.

 

 

 

Ernesto Ferrante