16.07.2012
Tribuna » Ernesto Ferrante

Etleboro

Hanno marciato per quattrocento chilometri portando il fuoco della lotta a Puerta del Sol. Trecento, ma c'è anche chi dice mille “picconieri di monti e di abissi che sepolti vivi scavano tesori”, come li definì il poeta catanese Mario Rapisardi nel suo “Canto dei minatori”, hanno messo a nudo le atrocità delle politiche varate dall'eurocrate Rajoy e gridato il loro no al taglio di circa 30mila posti di lavoro, tra miniere e indotto.

A tanto porterà “la revisione di spesa” dei fondi pubblici destinati al settore minerario: una diminuzione degli investimenti del 63% circa, da 300 a 110 milioni di euro all'anno. I velinari di governo si sono affrettati a scrivere che i soldi sottratti ad un comparto definito “inquinante e poco redditizio”, sia in termini di qualità che a livello dei costi di produzione, qual è quello del carbone spagnolo, saranno utilizzati per ampliare gli investimenti nelle risorse energetiche rinnovabili. Ma in pochissimi ci credono.

La motivazione alla base del disastroso salasso è piuttosto un'altra: il via libera dell'Eurogruppo ad una prima tranche di aiuti per la ricapitalizzazione delle banche spagnole, pari a circa 30 miliardi di euro, ha come vampiresca condizione il varo immediato di nuove misure draconiane. I prestiti ad usura degli strozzini di Bruxelles ai cravattari iberici, saranno pagati con la fame e il sangue del popolo.

E gli uomini dai volti anneriti l'hanno capito. Per chi non ha “occhio d'azzurro e sole, guardo amico e dolci parole, ma pena eterna e notte infinita”, lottare è un po' come respirare e resistere al massacro ordinato dal delegato   spagnolo della cupola usurocratica che sta dissanguando l'Europa, è un imperativo categorico.

La Marcha Negra dei lavoratori partiti dalle Asturie, dall'Aragona e da altre regioni minerarie, è il culmine di una mobilitazione che va avanti da mesi con scioperi, blocchi di strade e ferrovie, scontri con la guardia civil per difendere i presidi e le miniere occupate. Come a Candín e Santiago, nelle Asturie, dove sette minatori sono barricati sotto terra da settimane e ricevono acqua e cibo attraverso un canale.   Circa 20mila persone hanno accompagnato i tenebrosi insorti asturiani in un corteo per le strade della capitale spagnola. 

Mentre i sindacalisti tentavano di occupare il Ministero dell'Industria, nella periferia di Madrid apparivano striscioni e scritte che recitavano: “Minatore in marcia, sentiti a casa”. 

Un'onda di popolo che ha fischiato in maniera assordante al passaggio sotto la residenza del premier Rajoy, promettendo l'inasprimento della protesta nel caso non vi siano passi indietro rispetto ai tagli.  La polizia ha cercato di disperdere il corteo, ma i manifestanti, diverse migliaia, hanno resistito alle provocazioni.  Più di venti persone sono rimaste ferite e almeno cinque sono state arrestate dopo gli scontri al Paseo de La Castellana di Madrid. Gli agenti hanno sparato proiettili di gomma, i manifestanti hanno risposto tirando pietre e bottiglie contro i furgoni delle forze dell'ordine.  Il Servizio Medico SAMUR ha riferito di dodici minatori, sei poliziotti e cinque assistenti alla marcia feriti. 

Quello madrileno è più di un semplice buon segnale, ma le ombre non mancano. La protesta è stata imponente e sta continuando, ma la gran parte dei lavoratori spagnoli, continua ad essere apatica e disorientata di fronte alle misure di austerità nell'istruzione, nella sanità e nel pubblico impiego. 

“Contro il capitalismo da soli non possiamo farcela”, hanno dichiarato rabbiosamente i “negri”. 

I sindacati concertativi Ugt e Comisiones Obreras, tranne nelle Asturie dove è forte la presenza della Corrente Sindacale Di Sinistra, vengono ritenuti dei traditori e la loro presenza alle manifestazioni delle ultime settimane, non è vista di buon occhio.  Con gli indignados del cosiddetto “15M”, più sganciati da partiti e sindacati, inoltre, c'è ancora distanza sul piano operativo. Occorre la scintilla giusta per far divampare l'incendio di una rivolta di tutte le realtà in lotta contro la Troika e i suoi sgherri. 

L'organizzazione dei minatori e lo spontaneismo delle realtà movimentiste possono saldarsi in piazza e avvelenare i pozzi del potere. 

Tra i sassi e i bagliori dei fuochi, sembra di udire i versi del Canto dei Minatori: “Venuta è l'ora! Noi vili, noi rei. Ai forti, ai giusti sorgiamo davanti; Noi bulicame d'abjetti pigmei, mirare in volto vogliamo i giganti”. 

Dalle tenebre delle miniere, può arrivare la luce. Quella della rivolta, della lotta Popolo.