13.07.2012
Italia » Ernesto Ferrante

Etleboro

Sgobbano ogni giorno nella scuola, nella sanità, nei servizi pubblici e in quelli sociali ma anche nel commercio, nei servizi alle imprese, negli alberghi e nei ristoranti.

Svolgono spesso lavori usuranti e vengono esclusi da sei percorsi formativi. Sono le vittime delle “riforme” schiavistiche del lavoro dei vari Treu, Biagi, Sacconi e Fornero. Sono i precari: 3.315.580 uomini e donne, costretti ad ingoiare il lusso dei parassiti della politica politicante e dei boiardi di stato, con mediamente 836 euro netti al mese (927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne) in tasca e un pacco di sacrifici e privazioni ogni giorno sulle spalle. Per quanto riguarda il titolo di studio, fa sapere l’Associazione Artigiani e Piccola Impresa CGIA di Mestre, quasi uno su due (per l’esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, il 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media e il 15,1% è in possesso di una laurea. Chi se li immagina tutti incastrati negli ingranaggi del “privato”, è in errore. La più alta concentrazione, infatti, è nel Pubblico impiego. Nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella Pubblica amministrazione (Stato, Regioni, Enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del Pubblico. Uno su tre, in pratica. Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672), gli alberghi e i ristoranti (337.379). L’area geografica che ne conta il numero maggiore, e non poteva essere altrimenti viste le politiche a trazione sfacciatamente nordista dei vari governi dell’ultimo ventennio, è il Mezzogiorno. Oltre 1.108.000 precari (pari al 35,18% del totale), lavorano al sud. Le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l’incidenza percentuale di questi lavoratori sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%). L’esercito di questi “figli di un dio minore” è composto da: dipendenti a temine involontari; dipendenti part time involontari; collaboratori che presentano contemporaneamente tre vincoli di subordinazione: monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell’azienda e imposizione dell’orario di lavoro; liberi professionisti e lavoratori in proprio (le cosiddette Partite Iva) che presentano in contemporanea i tre vincoli di subordinazione descritti nel punto precedente. “Su un totale di oltre 3.315.000 lavoratori senza un contratto di lavoro stabile, afferma Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, quasi 1.289.000, pari al 38,9% del totale, non ha proseguito gli studi dopo aver terminato la scuola dell’obbligo. Questi dati smentiscono un luogo comune che identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio. Per questo è necessario pensare anche a questi lavoratori con un basso livello professionale che con la crisi rischiano di essere spazzati via dal mercato del lavoro”. Per Bortolussi, si dovrebbero porre i percorsi formativi al centro di un seria riflessione tra i politici e gli addetti ai lavori, “affinchè si individuino delle risposte in grado di avvicinare in maniera più costruttiva l’attività formativa e il mondo delle imprese”.

 

 

 

Ernesto Ferrante