03.07.2012
Tribuna » Ernesto Ferrante

Etleboro

Non tutti gli italiani si sono rassegnati all’ineluttabilità del bocconianesimo. C’è chi ha cercato di scovare rivalse e nuovi patriottismi nel rettangolo verde, chi si è sollazzato sui gai carri colorati delle carnevalate che tanto piacciono agli ex (falsi) antagonisti in salsa rosa, ma anche chi, sfidando la calura e macinando chilometri, si è dato appuntamento, nel lembo maremmano della terra toscana, con altre realtà territoriali resistenti, per provare ad invertire una rotta che vuol dire miseria e schiavismo.

Il nuovo che i gazzettieri si sforzano di veder avanzare, puzza di muffa e di imbroglio, l’ABC è l’apoteosi dell’analfabetismo politico e l’abbraccio di Massimo il baffetto a Mario Goldman Sachs Monti, fa ben capire quale sarà la (presunta) sinistra che l’elettorato troverà nella vetrina elettorale. Occorre una salutare boccata d’aria nuova, ma occorre tanto coraggio per spalancare le finestre di un paese reale che ha perso la sana abitudine di osare e sperare. Risvegli di massa non sono all’orizzonte, almeno in tempi brevi, ma qualcosa si muove, è innegabile. 

La smania del numero non incatena più le caviglie e le braccia di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi. Quelle persone che, per dirla alla Jean Thiriart, davanti ad una rivoluzione, nella sua origine, si comportano esattamente come dei giovincelli davanti alla porta di una casa di malaffare, dandosi dei colpi vicendevolmente col gomito e dicendo “se vai tu, vado anch’io”, per finire che non ci va nessuno dei due, stanno decidendo di entrare anche senza bussare, fregandosene di compagnie e assensi. 

La prospettiva di un asse di governo camaleontico e trasversale tra i vari Passera, Enrico Letta, Scajola, Pisanu, Montezemolo ed altri demoliberisti di primo e secondo pelo, con un carrozzone sgangherato guidato dai vari Vendola, Ferrero e Di Pietro, a fare da contraltare, è peggio di un incubo.  La situazione non è affatto rosea, ma deporre “armi” e bagagli già da ora, vuol dire condannare il paese alla perpetuazione dei professori. 

Lo spontaneismo rabbioso che ha caratterizzato i Forconi può sortire qualche effetto nel breve, ma poi occorre un coordinamento operativo, un cervello politico per dare linfa alle varie resistenze territoriali.  Le masse non affollano più le piazze e non popolano nemmeno i circoli partitici. In assenza della zavorra quantitativa, per la qualità è più facile emergere.  Senza ansia da prestazione, senza velleità di prevaricazione. 

Un gruppo rivoluzionario, come ci ha insegnato il teorico di Liegi, “è sempre stato in partenza – per forza di cose – un gruppetto. Per questo è un obbligo iniziare da soli. Attendere gli altri, desiderare gli “alleati” vuol dire comportarsi da seguace e non da precursore”.  Bisogna mettersi in moto e con quello che si ha per vedere i propri ranghi ingrossarsi.  “A guisa di una fanfara di paese: fin tanto che essa prepara i suoi strumenti, polarizza l’attenzione di pochi sciocchi, ma appena si mette in marcia e incomincia a suonare i suoi strumenti, uno per uno, gli sciocchi diventano seguaci”. 

Chi oggi si batte nei vari angoli del paese contro Equitalia, contro le banche, contro i sindacati concertativi e la distruzione del lavoro, ha capito che “non bisogna attendere di avere una orchestra al gran completo per mettersi in moto. Una volta iniziata la marcia, quel clarinetto che mancava arriverà, quel flautista che mancava verrà anch’esso”. 

Senza pifferai cialtroni e chierici coristi.  Ciascuno con la sua riconoscibile voce, ognuno con le sue peculiari intonazioni. Ma con un unico spartito. È questa la cosa più importante.

 

 

 

Ernesto Ferrante