23.06.2012
Impakt » Ernesto Ferrante

Etleboro

Abbiamo preferito attendere qualche ora in più, prima di iniziare a fare qualche considerazione sull'ennesima operazione giudiziaria connessa alla lunga stagione dei rifiuti, per cercare di avere un quadro più chiaro della situazione.

Chi legge abitualmente il nostro quotidiano, ricorderà che all'epoca dei fatti che stiamo per raccontare, ipotizzammo la presenza di regie “occulte” e giudicammo anomale alcune dinamiche. Serve a poco, ma ci avevamo visto giusto, purtroppo.

A finire nelle maglie delle Forze dell'Ordine, questa volta, è stata una nota azienda veneta, speso elevata a modello di efficienza da demagoghi ipocriti e poco informati come il presidente della Provincia di Treviso, il leghista Leonardo Muraro, che circa un annetto fa, forse per strappare qualche applauso ai segmenti più retrivi della base di un partito che ha popolato le cronache giudiziarie degli ultimi mesi per storie di volgari ruberie, ebbe a dire: “I rifiuti? Non ci sarebbero se i napoletani si alzassero alle 6 del mattino come i veneti”. 

Nelle carte dell'inchiesta su Enerambiente vi sono intercettazioni che dimostrano come i cumuli di monnezza che hanno oltraggiato il suolo di Napoli per giorni, siano il frutto di una strategia pianificata a tavolino per far lievitare i costi di smaltimento. Una torbida storia di corruzione, imbrogli e condotte illecite con lavoratori, sindacalisti, funzionari e politici napoletani a fare, di volta in volta, da manovratori e pedine in uno squallido imbroglio fatto di appalti e subappalti, assunzioni pilotate e mazzette, proteste e roghi di spazzatura e camion. 

L'ondata di arresti, a cominciare da quello del mestrino Stafano Gavioli, patron di Enerambiente, chiesti e ottenuti dai pm partenopei che da circa due anni indagano sulla vicenda, ha squassato l'intera società che dal 2005 al 2010 ha svolto la raccolta rifiuti per Asìa in molti quartieri di Napoli, in virtù di un appalto da oltre 120 milioni di euro.  I più stretti collaboratori di Gavioli, dall'avvocato dell'azienda (dichiarata fallita con una voragine di 55 milioni nel febbraio scorso) Giancarlo Tonetto ai commercialisti Enrico Prandin e Paolo Bellamio, sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, ricorso abusivo al credito, corruzione, estorsione e riciclaggio. 

Per i magistrati napoletani “nel pieno dell'emergenza rifiuti 2010, Gavioli e alcuni suoi collaboratori, hanno tentato di mettere all'angolo l'amministrazione napoletana attraverso il grave ricatto di lasciare la città affogare nei rifiuti strumentalizzando la situazione emergenziale e la protesta dei lavoratori del settore per costringerla a cedere a infondate e inusitate pretese economiche”.  L'imprenditore, avrebbe “forzato” con una pantomima l'amministrazione Iervolino all'acquisto degli automezzi di Enerambiente per la raccolta a prezzi fuori mercato, come dimostra la telefonata con l'imprenditore tedesco Adolf Lutz, nel corso della quale spavaldamente dichiarava: “Devono comprare tutti i miei camion. Senza i miei camion la città è finita, ma io voglio prendere più soldi. Io ho bisogno di dire che tu hai comprato tutti i miei camion, capisci? Noi facciamo come commedia, questo serve per contratto più buono”.

Gavioli e Lutz si presentarono all'incontro con gli amministratori partenopei con tanto di falso contratto di vendita dei mezzi scritto su carta intestata. Prima dell'acquisto dei 120 automezzi necessari a ripulire la città, Asìa chiese di poter effettuare una perizia, ma l'avvocato dell'azienda, Giancarlo Tonetto, temendo che il piano potesse saltare, la rifiutò minacciando di rompere la trattativa.  Il valore di quei mezzi era di circa 1,6 milioni di euro, ma Gavioli ne pretendeva il triplo e per riuscirci, oltre ai tira e molla nelle stanze di Palazzo San Giacomo con la Iervolino, Santangelo e i vertici Asìa,  aveva  deciso con la sua collaboratrice Giuseppina Totaro, di aizzare i lavoratori non pagandoli per fargli incrociare le braccia, creare tensioni e disservizi e spingere la controparte “a trattare meglio”.

 “Se non pagano, si legge ancora, noi non paghiamo né stipendi né tredicesime. Se l'avessimo fatto già dalla prima volta, qualche altra cosa l'avremmo incassata”.  Un disegno criminale, l'ennesimo, ai danni del decoro della città, delle casse del Comune, ma, soprattutto, della salute della gente.

Il libro nero dell'emergenza rifiuti, si arricchisce, dunque, di un nuovo, inquietante capitolo.

 

 

 

Ernesto Ferrante