07.06.2012
Italia » Ernesto Ferrante

Etleboro

Nell’acqua cheta della crisi i pescecani della criminalità sguazzano. L’industria dell’usura e delle estorsioni, lavora a pieno regime e le commesse fioccano.

Le segnalazioni di operazioni di riciclaggio sospette eseguite da intermediari finanziari (in primis le banche che ne hanno compiute quasi l’80% del totale), verso l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia sono state 48.344, +303,3% rispetto al quinquennio precedente. A lanciare l’allarme è stata l’Associazione Artigiani e Piccola Impresa CGIA di Mestre. “A seguito della recessione economica in atto, commenta il suo segretario, Giuseppe Bortolussi, corriamo il pericolo che le organizzazioni criminali riciclino i proventi delle loro attività illegali nei settori economici maggiormente colpiti dalla crisi. Infatti, mai come in questo momento interi settori produttivi manifestano una preoccupante vulnerabilità dovuta alla forte contrazione nell’erogazione del credito che le banche hanno attuato in questi ultimi tempi”. La UIF effettua approfondimenti sulle segnalazioni di operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza (NSPV) e alla Direzione investigativa antimafia (DIA). A livello territoriale, la regione più a rischio infiltrazioni è la Lombardia che solo nel 2011 ha ricevuto ben 8.778 segnalazioni. Seguono il Lazio con 6.350 e la Campania con 6.128. “Con il riciclaggio, spiega Bortolussi, avviene la reintroduzione del denaro proveniente da reati nell’economia legale, al fine di dissimularne o occultarne l’origine illecita. Questo fenomeno non danneggia solo l’economia legale, perché ne altera le normali condizioni concorrenziali dei mercati, ma rischia di diventare un pericolo gravissimo per l’efficienza e la stabilità dell’intero sistema finanziario”. La crescita percentuale delle denunce, tra il 2006 e il 2010, è stata del +10,6% (6.366 unità). Le aree più a rischio sono quelle in cui vi sono più disoccupazione, alti tassi di interesse, maggiori sofferenze, pochi sportelli bancari e tanti protesti. Rispetto ad un indicatore nazionale medio stabilito dagli esperti della CGIA pari a 100, il tasso di usura rilevato in Campania, a cui spetta la maglia nera, è di 166,3 (pari al 66,3% in più della media nazionale), seguono la Calabria, con il 144,6 (44,6 punti in più rispetto al dato medio nazionale), il Molise, con il 142,8 (42,8% in più rispetto la media Italia), la Sicilia con 139,2 (39,2% in più della media Italia), la Basilicata col 135,1 (35,1% in più della media nazionale). Mentre le realtà meno permeabili sono il Veneto, con un indice di rischio usura pari al 77 (23% in meno della media nazionale). Seguono l’Emilia Romagna, con 76,7 (23,3% in meno della media Italia), il Friuli Venezia Giulia, con 65,6 (34,4% in meno della media Italia), la Valle d’Aosta, con il 53,8 (46,2% in meno del dato medio Italia) e il Trentino Alto Adige, con 53 (47% in meno della media nazionale). Il dato complessivo fa paura, soprattutto se si considera il fatto che larga parte del fenomeno rimane sommersa. “Quello che forse pochi sanno, conclude il segretario dell’Associazione Artigiani e Piccola Impresa, sono le motivazioni per le quali molte persone cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi, per gli artigiani, i commercianti ed i piccoli imprenditori sono le scadenze fiscali a spingerli a ricorrere a forme di finanziamento illegali. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni”. Le tasche della gente che lavora e produce si svuotano mentre i forzieri dei parassiti e dei riciclatori si riempiono. Poteri del finanziarismo, miserie di una nazione sotto scacco.

 

 

 

 

Ernesto Ferrante